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Una serata a Sanbàpolis

Luce, sono qui per fare luce. Questo mi viene chiesto da un po’. Nel mio abito bianco sono partita con le mie sorelle per Trento. Serata importante a teatro! Non so bene cosa dovessi fare. So solo che quello che mi sarebbe stato chiesto l’avrei fatto e bene.

D’improvviso mi trovo su un palco di legno traslucido in un vaso di vetro. Ecco è giunto il momento. Il fuoco mi dà vita. Lo stoppino si accende, mi scalda ed io libero luce, luce calda

Mi guardo attorno. Siamo a gruppi di tre e occupiamo una buona superficie del palco del teatro. L’unione fa la forza e stasera si vede! L’atmosfera che si crea in questo luogo mi rende orgogliosa e felice.

Un alito di vento scuote la mia fiamma. Qualcuno ha aperto le porte d’ingresso al teatro e una dietro l’altra, una moltitudine di persone prende posto sulle poltrone di pelle bianca del teatro Sanbàpolis. Sono duecentoquaranta. Le ho contate dalla mia posizione di rilievo, centrale tra il pubblico ed il sipario nero che è ancora chiuso. Ho sentito delle voci dietro il grande telo. Fino a qualche minuto fa ero spenta, non ero nelle mie piene facoltà per capire cosa stava succedendo. Ora sono in prima fila e fra un po’ capirò anch’io cosa sta succedendo.

Il sipario si apre. Un semicerchio di uomini e donne si staglia davanti a me. Vestiti di nero con cravatte e foulard verdi e azzurri mostrano i loro sorrisi al pubblico, alle mie spalle. Alcuni sembrano imbarazzati dagli applausi calorosi di benvenuto. Alcuni di loro sono seduti e imbracciano chitarra e flauto, violino e contrabbasso e tamburi e cembalo.

E’ chiaro. Si tratta di un coro e di un gruppo musicale…infatti parte subito una melodia lenta, intensa, avvolgente. Mi emoziono. Ho capito cosa sto facendo su quel palco. Sono tutt’uno con l’armonia che si sviluppa da quelle donne e quegli uomini. L’atmosfera della mia luce e quella delle mie sorelle si mischia con note e armonici di corpi contenti.

La luce meccanica di fari inanimati ma mossi da mano esperte dà vita a giochi di ombre che quasi mi emozionano e mi fanno scendere qualche lacrima…no non posso spegnermi!

Quelle che si susseguono sono canzoni del nord Europa…così dice un presentatore. Un ideale cerchio che unisce terre abitate molto tempo fa da popoli con un’unica lingua, quella celtica. Irlanda, Bretagna, Inghilterra, Scozia stasera sono unite idealmente da un filo culturale che ha generato arie popolari di squisita bellezza.

Mi piace perché alle melodie lente si intrecciano ballate che fanno sobbalzare il palco dal impatto di tanti piedi che vorrebbero ballare, ma che non possono perché…perché…e che ne so!

Il concerto fila liscio, la gente applaude i musicisti e i coristi che traggono linfa vitale dal calore del pubblico. Sento dire a qualcuno del pubblico che si ritiene fortunato ad essere lì perché all’esterno del teatro c’era una calca di gente che aspettava di poter entrare e altrettanti di quelli entrati han dovuto far rientro a casa prima del tempo. D’altro canto l’intervista in TV della maestra del coro Elena Rizzi deve aver convinto anche i più scettici ad uscire di casa una domenica sera di fine novembre per assistere al “Cerchio Celtico”.

L’intesa fra artisti e pubblico si è rinnovata anche stasera. Il tempo passato assieme in buona compagnia, in un teatro per un buon bicchiere di cultura è un tempo speso bene.

I miei fratelli maggiori, i fari del teatro, si spengono. Le mani esperte che li manovrano e li animano hanno il compito di chiudere la serata.

Anch’io sono accarezzata da una brezza, un alito, un dolce soffio che esce da una bocca sorridente. Sono felice. Capisco che il gioco è finito. Elfi e fate sono tornate nelle pagine dei libri. Le foto di paesaggi da fiaba rimangono solo nei pensieri. Mi spengo in un attimo.

Ho fatto quello che dovevo fare. L’ho fatto bene.

Stasera siamo in tanti ad essere felici: un attento e caloroso pubblico, il Coro Altreterre di Vigo Meano, i Musycanti di Pergine ed io, una piccola e soddisfatta candela bianca.

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